L’insuccesso di un impianto dentale

Oltre alla professionalità dello specialista, per la buona riuscita di un impianto dentale, sono essenziali il rispetto dei tempi di osteosintesi, l’utilizzo di tecniche adeguate al caso, il ricorso ad attrezzature e procedure di sterilità secondo protocolli stringenti.

In caso di insuccesso, spesso si fa riferimento ad un caso di “rigetto”: in realtà sarebbe più appropriato parlare di “insuccesso” perché le attuali leghe in titanio sono compatibili con il nostro organismo e, di norma, “accettate” senza problema.

Esistono del resto circostanze che rendono inopportuno procedere ad un impianto, al ricorrere delle quali la sua esecuzione può risultare alquanto problematica e dall’esito quanto mai incerto. È il caso del paziente sottoposto a terapie chemio – terapiche, che assume anticoagulanti, che è affetto da anemia o da patologie autoimmuni, che è un forte fumatore…

Tra le cause del fallimento la più diffusa risulta essere conseguenza del fatto che potrebbe non essersi formato il nuovo tessuto osseo intorno alle spire della vite. Il processo di osteosintesi prevede infatti che la vite sia lasciata riposare per un periodo adeguato e, pertanto, non sia sottoposta anticipatamente a carico, a meno che non si tratti di interventi caratterizzati dal cosiddetto “carico immediato”, per i quali valgono regole specifiche. Uno scorretto carico dell’impianto ovvero il suo carico prematuro sono dunque cause frequenti di compromissione del buon esito dell’intervento.

A seguito dell’insuccesso di un impianto, due sono le alternative possibili:

  • Mettere un nuovo impianto, dopo aver valutato che anche questo intervento non comporti le stesse problematiche del primo
  • Ricorrere a terapie protesiche calibrate sul caso concreto